Chi è stato il maestro di Draghi? Storia dell’economista Federico Caffè

Mario draghi
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Il presidente del consiglio è stato allievo dell’accademico la cui scomparsa  è avvolta nel mistero

Tutti vogliono sapere cosa farà Mario Draghi, ma il modo migliore per capirlo è scoprire chi è il suo maestro Federico Caffè. Per una vita è stato professore ordinario di Politica economica e finanziaria all’Università La Sapienza di Roma ed è stato tra i più importanti studiosi d’Italia di John Maynard Keynes, il teorico del Welfare State. Una distribuzione più equa della ricchezza, ma anche la centralità della politica economica nell’azione dello Stato, sono alcuni dei principi dell’insegnamento di Caffè. Grande intellettuale che si dice abbia avuto più 1200 tesisti e allievi che siedono sulle più importanti cattedre universitarie e in tanti ruoli di governo (oltre che Draghi anche l’attuale governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, è stato allievo di Caffè).

Personaggio molto amato dai suoi studenti, anche per la sobrietà e il rigore, Caffè è noto anche per la sua misteriosa scomparsa. Il professore infatti è letteralmente svanito nel nulla il 15 aprile 1987: sparito all’alba dalla casa dove viveva con il fratello, Caffè (che con un allievo aveva manifestato la volontà di suicidarsi) non ha lasciato nessun biglietto, nella sua stanza tutto era in ordine e sul comodino c’erano anche i suoi occhiali. Da quel giorno del professore universitario non si è più saputo nulla e nessuno lo ha visto o segnalato dove si trovasse. Sono passati oltre trent’anni, ma quel mistero non è mai stato risolto.

Draghi è stato tecnico ministeriale, banchiere di Goldman Sachs, e poi ai vertici della Banca d’Italia e della Bce, ma un po’ come il suo maestro Federico Caffè, anche il presidente del consiglio ha adeguato il suo pensiero e le sue teorie ai tempi che cambiano. Caffè infatti sosteneva che i problemi economici potevano essere risolti solo tenendo conto della pratica necessaria nel contesto storico del momento.

Riformista convinto Caffè, che aveva sostenuto anche Draghi nella sua carriera accademica (poi lasciata per entrare come tecnico nel ministero del Tesoro), negli ultimi anni della sua vita ha scritto per il quotidiano Il Manifesto, ma ha sempre rivendicato la sua lontananza dal comunismo (“aspirazioni che si identificano in quel tanto di socialismo che appare realizzabile nel contesto del capitalismo conflittuale con il quale è tuttora necessario convivere” è una delle sue frasi più citate).

L’attenzione alla redistribuzione del reddito però è sempre stata contenuta nei suoi libri, a partire da “Lezioni di politica economica” il volume che anche Draghi, da studente, usò quando era iscritto alla Sapienza. Lezioni tenute duranti gli anni Sessanta, che sono state ristampate nel 2008 da Bollati e Boringhieri, e che contengono i principi della politica keynesiana di cui Caffè era un sostenitore.

Attento alle relazioni umane, per questo molto amato dai suoi studenti, Caffè ha sempre ribadito l’importanza che l’economia tenesse in considerazione le conseguenze che scelte e strategie hanno sulle persone. “Al posto degli uomini abbiamo sostituito i numeri e alla compassione nei confronti delle sofferenze umane abbiamo sostituito l’assillo dei riequilibri contabili” è un’altra citazione molte volte ricordata del maestro di Draghi. Nel suo pensiero alcuni elementi fondanti sono rimasti in ogni stagione come la lotta contro corruzione e clientelismi anche, e soprattutto, negli apparati dello Stato e nelle società di proprietà pubblica che poi proprio il suo allievo Draghi ha contribuito a privatizzare. Caffè in realtà era un sostenitore delle imprese pubbliche, ma sosteneva fosse importante riformarle per renderle più efficienti e idonee a perseguire i bisogni dello Stato e dei cittadini.

Caffè è sempre stato scettico rispetto al neoliberismo. Gli obiettivi economici del maestro di Draghi sono la piena occupazione, la lotta all’inflazione, il riconoscimento della dignità del lavoro come strumento di affermazione delle persone, una maggiore equità del mercato e “un più completo ed efficiente uso delle risorse di una nazione”. Se questi saranno insegnamenti che il presidente del consiglio seguirà lo scopriremo presto.

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