Come non farsi ingannare dalle mistery box

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Le mistery box sono un fenomeno inarrestabile. Dai videogiochi all’abbigliamento, passando per i prodotti di bellezza, tutti comprano a scatola chiusa sperando di trovarci dentro prodotti di valore maggiore di quanto hanno speso. Un business enorme a livello globale che nel tempo è diventato una fonte di guadagno importante per i videogiochi “free-to-play”, ma che è cavalcato anche dalle grandi aziende di vendite online come Amazon. Il problema è capire chi ci guadagna.

Affare o gioco d’azzardo?

Siti come Hype Clothinga propongono in vendita scatole misteriose, a partire da 350 euro, che contengono vestiti e accessori. Il sito garantisce che il “contenuto misterioso” non ha mai un “valore più basso di quello che hai pagato”. Online però, e in particolare su Youtube decine di influencer raccontano le loro esperienze con le mistery box: da un lato si crea la suspense di vedere mentre il personaggio apre il pacco e scopre cosa c’è dentro, ma dall’altra si crea una dinamica di emulazione che spinge chi guarda a comprare a sua volta una mistery box. Un meccanismo simile è quello che s’innesca con i videogiochi dove l’acquisto della versione “gamer” delle magic box, cioè le loot box, avvicina al gioco d’azzardo bambini e giovanissimi. Una pratica preoccupante secondo gli esperti che ha portato, ad esempio in Olanda, a vietare la vendita delle loot box.

Cosa sono le loot boox?

L’idea dei forzieri è sempre affascinante. Anche nei videogiochi online: in questo caso le scatole virtuali, di cui non si sa in anticipo il contenuto, sono potenzialmente pieni di armi o strumenti, vite extra, punti in più, o energia. Altri consentono miglioramenti di livello che, anche se non indispensabili, permettono di giocare di più e meglio. In cambio però il giocatore deve pagare. E lo deve fare al buio, cioè senza sapere quali vantaggi avrà dall’acquisto. Insomma deve fare una scommessa. A preoccupare gli esperti, in particolare i tanti psicologi dell’adolescenza che sono intervenuti sul tema, è il meccanismo di “cattura” che si innesca con le loot box. La prima infatti è gratuita, dalla seconda si deve pagare: oppure alcune si possono comprare con i punti che guadagni giocando, altre solo con i soldi. Pochi soldi, cioè quelle microtransazioni di cui spesso si parla per il successo finanziario dei videogiochi online, che tutti potenzialmente possono permettersi.

Il caso Battlefront II

Le statistiche dicono che meno del 5% per cento dei videogiocatori fa più del 60% del totale delle microtransazioni legate alle loot box. Per oltre un decennio, almeno dal 2006, la maggior parte delle case di produzione di videogiochi, online, su piattaforme che possono connettersi al web e poi da cellulare, hanno fatto soldi grazie alle loot box e agli altri meccanismi di pagamento ulteriori rispetto al classico acquisto del gioco. Un po’ come con “GameStop” però nel 2017 sul social Reddit è iniziata una battaglia contro Star Wars Battlfront II, prodotto da Electronic Arts (EA). Il gioco che aveva venduto 33 milioni di copie era pieno di opzioni a pagamento con microtransazioni e “scommesse” da pagare per avere più strumenti. Una scelta sgradita agli utenti che lo hanno boicottato costringendo l’azienda a fare un passo indietro e a impegnarsi, nel 2019, a lanciare un gioco legato alla saga Star Wars, Jedi Fallen Order, senza microtransazioni.

Comprare scatole che non sai cosa contengono è gioco d’azzardo?

Una risposta unanime in questo senso non c’è. Così come manca una regolamentazione sul piano internazionale. Per quanto riguarda le loot box l’assenza di premi in denaro contato è un tema controverso, ma la possibilità di avere vincite diverse spinge verso questa interpretazione. Lo stesso vale per quelle mistery box, che contengano cibo, vestiti o cosmetici poco importa, che non offrono garanzia di contenere prodotti di un valore pari o superiore a quello di acquisto.

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