Quanto costerà Monte dei Paschi di Siena allo stato? Storia di una crisi durata 15 anni

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Con il fallimento delle trattative di Unicredit e il governo, con la banca che si è ritirata a sorpresa dalla trattativa, il caso Mps è tornato alla ribalta delle cronache. Secondo le indiscrezioni la trattativa sarebbe fallita perché il banchiere Andrea Orcel avrebbe provato a mettere il governo con le spalle al muro, chiedendo al ministero dell’Economia, azionista di maggioranza della banca con il 64%, di farsi carico di una ricapitalizzazione da ben 7 miliardi, in aggiunta alla dote fiscale (2 miliardi) concessa al compratore con il decreto Sostegni. Una richiesta troppo alta, nonostante la scadenza per vendere la banca si stia avvicinando e non sembra si siano palesate all’orizzonte altre soluzioni per risolvere la situazione.

Gli accordi presi tra il governo italiano e l’Unione Europea prevedono che il tesoro dovrà cedere la propria partecipazione in Mps entro dicembre. Non solo, se non si presenta un compratore, la ricapitalizzazione da almeno 4 miliardi per rientrare nei parametri di vigilanza sarebbe a carico dei contribuenti. Un ulteriore esborso che si aggiungerebbe ai 5,4 miliardi già spesi per salvare la banca nel 2017, durante il governo Gentiloni e ai 240 milioni di rimborsi dei Monti Bond pagati attraverso azioni.

Adesso una delle opzioni più accreditate è dunque quella della proroga della presenza pubblica per un periodo di almeno sei mesi. Anche se servirebbe l’approvazione della Commissione. Il 4 agosto, il ministro del Tesoro Franco aveva definito la cessione “inevitabile” spiegando che il nuovo Piano industriale 2021-2025 non è del tutto conforme agli impegni assunti con Bruxelles che richiedeva un piano più ambizioso di revisione dei costi: “Per raggiungere l’obiettivo di un rapporto costi/ricavi pari al 61 per cento previsto dal Piano, la Banca dovrebbe effettuare circa 2500 esodi. Nel caso fosse richiesto dalla Commissione un obiettivo di rapporto costi/ricavi più ambizioso, gli esuberi di personale sarebbero ancora di più”. Anche sul fronte della situazione patrimoniale non ci sono buone notizie, a inizio 2021 l’aumento necessario era stato stimato in 2,5 miliardi, cifra già salita 3 miliardi.

Sono spese che lo stato non si vorrebbe accollare, ma che potrebbe essere costretto a caricarsi comunque, anche nel caso arrivi un compratore, come dimostra il caso Unicredit. Ovviamente l’obiettivo principale del Tesoro è rientrare in parte di quanto speso vendendo le azioni. I guai di Monte dei Paschi di Siena sono iniziati nel 2007, quando la banca presieduta da Giuseppe Mussari annunciava di aver raggiunto un accordo con Banco Santander per l’acquisto di Banca Antonveneta per 9 miliardi di euro. Un pessimo affare per una banca che aveva una reale valore molto minore. A seguito dell’operazione MPS subisce un pesante passivo che coinvolge anche la Fondazione MPS, all’epoca principale azionista.

A partire dal 2012 inizia il periodo delle vacche magre per Montepaschi, importato alla riduzione dei costi e alla razionalizzazione. Il piano industriale lacrime e sangue prevede la soppressione di oltre 4.600 posti di lavoro, la chiusura di 400 filiali entro il 2015, cessioni di attività e la richiesta di liquidità allo stato italiano per 3,4 miliardi di euro (per mezzo dei cosiddetti Monti bond). Nel 2014 prende inizio un aumento di capitale da 5 miliardi di euro molto diluitivo, che metterà la fondazione che controllava la banca in minoranza. A neanche un anno di distanza MPS è bocciata dagli stress test della Banca centrale europea ed è costretta a varare un nuovo aumento di capitale da 3 miliardi di euro.

Il 25 ottobre 2016, in occasione della presentazione dei risultati finanziari al 30 settembre 2016, il nuovo amministratore delegato Marco Morelli illustra agli analisti e alla stampa il nuovo piano industriale e nel mese di novembre viene varato un nuovo aumento di capitale che si rivelerà un buco nell’acqua. Il giorno della scadenza dell’aumento di capitale, visto il mancato raggiungimento della soglia, il governo per evitare il fallimento della banca istituì un fondo di 20 miliardi per subentrare nell’azionariato di banche italiane in difficoltà, incluso il Monte dei Paschi, nella misura in cui possa “raggiungere i requisiti richiesti dagli stress test”. Negli stessi giorni la BCE ha comunicato che l’aumento di capitale dovrà a questo punto essere di 8,8 miliardi di euro. Nel 2017, con un investimento da 5.4 miliardi di euro lo Stato entra nel capitale di MPS, diventando primo azionista con il 68% del capitale sociale.

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