SuperLega, il piano economico del calcio con i conti in rosso

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Sarà la banca d’affari JP Morgan a finanziare il nuovo progetto che ha spaccato il mondo del calcio e indignato i tifosi di tutta Europa

Nella notte è arrivata la notizia clamorosa che 12 squadre europee (tra cui Milan, Inter e Juventus) avrebbero deciso di aderire a una nuova Superlega europea che andrà a sostituire la Champion’s League, creando un club esclusivo di team che si sfidano ogni anno. I tifosi europei hanno reagito in modo indignato alla notizia, che rischia di far finire il calcio come lo conosciamo, condannando definitivamente al ridimensionamento decine di tornei continentali (inclusa la Serie A) e centina di club in tutta Europa.

Come si è arrivati alla Superlega

Ma come si spiega uni strappo così drastica da sembrare spericolato? Alla base della scelta di fondare la Superlega c’è un desiderio da parte dei club di ottenere più soldi. I grandi club europei vogliono affrontarsi più spesso e con continuità perché pensano in questo modo di poter aumentare i propri ricavi e l’appeal televisivo del prodotto a livello mondiale.

Non solo, i grandi club che hanno messo in piedi squadre con costi di gestione elevatissimi, tanto da non potersi permettere di restare fuori dal giro della Champions, che a oggi è l’unica competizione che rende il modello di business dei grandi club meno insostenibile, nemmeno per un anno. Se si pensa che sono 6 le squadre della Premier che hanno aderito alla Super League e solo quattro quelle che si qualificano per la massima competizione europea, si capisce come questo non sia il clima favorevole per pianificare grandi investimenti (il Tottenham, per esempio, è ancora affossato dalla costruzione del suo bellissimo nuovo impianto nel nord di Londra).

I conti delle squadre in rosso

La pandemia ha dato poi il colpo di grazia al modello di business di questi club, lasciando alcune squadre, come il Real Madrid e il Barcellona, sull’orlo del fallimento. Secondo i dati elaborati da Kickest i dodici club cha hanno formato la Superlega hanno generato nella stagione 2019/2020 perdite complessive per 1,2 miliardi (senza contare il risultato del Liverpool che ancora non ha pubblicato i bilanci). Queste perdite hanno complicato la situazione debitoria dei club che oggi La Gazzetta dello Sport stimava in 5,7 miliardi di euro. Quando un’azienda genera, per anni, perdite e debiti ha una sola soluzione per evitare il fallimento nel medio termine: generare profitto. Questo si può fare o aumentando i propri ricavi (anche attraverso la cessione del patrimonio, in questo caso dei calciatori) o tagliando i costi in maniera drastica.

Per un motivo o per l’altro queste opzioni sono difficilmente percorribili: la pandemia ha aperto uno scenario di depressione per il business del calcio e, come avevamo spiegato in un articolo a gennaio, il calciomercato è praticamente congelato, rendendo anche difficile le operazioni di taglio dei costi attraverso le plusvalenze. Per assurdo i grandi club, che avevano modelli di business molto sbilanciati, sono quelli che hanno pagato maggiormente questa situazione: per questo motivo i soldi messi sul piatto da JP Morgan, che finanzia l’operazione con 6 miliardi da ripartire sin da subito tra i club partecipanti, fa probabilmente gola a molti. Questi soldi serviranno a lanciare la nuova Lega e finanziare le operazioni in attesa dei super contratti dei diritti televisivi.

L’esempio della Nba

Ma se la pandemia ha accelerato le operazioni sarebbe riduttivo credere che lo stress finanziario dei club sia la ragione principale dello strappo. La realtà è che le grandi squadre ritengono di non essere avvantaggiate dal modello attuale e ritengano di poter fatturare ancora più soldi vendendo il prodotto calcio a livello mondiale attraverso i diritti televisivi (un po’ come fanno le leghe americane). Insomma, perché andare verso un ridimensionamento, andando a vanificare un vantaggio competitivo costruito a suon di debiti, quando si può cristallizzare ulteriormente la propria posizione creando un sistema chiuso, al quale partecipano solo un numero selezionato di club? Perché doversi mettere a dieta, accettando la fetta di una torta che diventa più piccola, quando si può mangiare tutta la torta?

Cosa accadrà con la Superlega

La Uefa aveva già provato ad andare incontro le richieste dei club, progettando a partire dal 2024 una Champions League più avvincente e con più squadre e partite (presentata in questi giorni). Anche i premi e la suddivisione dei ricavi televisivi andrebbero a premiare i grandi club: ma evidentemente, seguendo un ragionamento meramente economico, l’élite del calcio europeo vuole massimizzare al massimo la sua quota, minacciando (realisticamente) l’uscita per ottenere dall’Uefa ancora più concessioni.

C’è poi da considerare il punto di vista dei tifosi, che del calcio restano quantomeno i clienti: i grandi club hanno capito che per rendere sostenibile un modello alle cifre attese c’è bisogno di costruire un pubblico globale e ritengono che sacrificare a questo fine parte della credibilità con parte del pubblico europeo sia un rischio accettabile, ma la reazione veemente che è scoppiata nelle ultime 24 ore potrebbe aiutare a trovare una conciliazione.

Si vedrà come andrà a finire: quello che è certo è che il calcio – in un senso o nell’altro – dovrà cambiare modello per sopravvivere e che quello di ieri è probabilmente solo il primo atto di una sfida ancora tutta in divenire.

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